PENSANDO CON AFRICA


John Akomfrah, Peripeteia, 2012


Esiste un percorso tra l’immagine dell’Africa e le immagini africani, tra le nostre costruzioni, proiezioni, inquadramenti e i processi storici e le pratiche culturali in atto nell’Africa contemporanea.
Esplorando questo spazio e questa tensione, si tratta di spostarci dall’abitudine di pensare l’Africa come oggetto inquadrato dai nostri sguardi e definizioni a pensare con l’Africa come luogo di processi proposti dai soggetti storici per smontare l'idea di Africa come il non-detto della modernità.

Le persone dei sud del mondo sanno molto di più del nord del mondo che la gente del nord sa di loro (James Baldwin). Le culture subalterne hanno una conoscenza più estesa e profonda dei rapporti storici e culturali che sostengono i poteri ineguali del pianeta.
Ascoltando e imparando dal mondo reso subalterno da noi europei dobbiamo piegare le mappe, perfino perforarle con altre traiettorie.
Un modo cruciale di partenza al mia avviso è di abbandonare immediatamente la distinzione binaria tra noi e quest’altrove, tra l’Europa e l’Africa, è di registrare degli intrecci profondi e reciproci che hanno prodotto ambedue: un mondo mondializzato da una modernità planetaria nel corso di cinque secoli di storia che ci ha resa comune.
Ovviamente qui ci affronta la formazione coloniale del presente (ben esposto recentemente nel romanzo
Sangue giusto di Francesca Melandri) e la subordinazione del resto del pianeta tramite l la violenza delle cosiddette scoperte e delle conquiste che sono state giustificate dalla presunta gerarchia razziale e razzistica del pianeta per giustificare la superiorità morale occidentale.

Interrompendo la narrazione
Insistere che l’Africa è stata parte integrale della modernità dai suoi inizi è subito svelata nella centralità della schiavitù nera e africana nella realizzazione dell’economia politica dell’Atlantico moderna, su cui reggevano le premesse degli istituzioni democratici occidentali e le loro visioni di ‘libertà’. Tale centralità storica è anche annunciata e sostenuta nella diaspora delle musiche nere: i suoni subalterni che forniscono la colonna sonora della metropoli odierna,

Michael Tsegaye

Penso che le arti visivi, come le letterature e le musiche configurate dalla lunga storia dell’Africa moderna, propongano uno spazio in cui risulta possibile, direi imperativo, a pensare ad un’altra temporalità e serie di ritmi.
Rispetto alla logica lineare che vede il ‘progresso’ come semplice estensione lineare dall’Europa verso il resto del mondo nell’arco degli ultimi 5 secoli, qui dalla formazione creolizzata e mondializzata, emerge una serie di interruzioni e interrogazioni di tale temporalità omogenea e lineare.

La modernità migrante
La molteplicità di Africa e delle sue realtà urbana, dal Cairo a Cape Town, da Kinshasa a Casablanca, manda in frantumi qualsiasi idea di una modernità omogenea, semplicemente nostra da definire e gestire. Non si tratta, pensando ai processi sociali e alle pratiche culturali a Nairobi o Luanda, di un rispecchiamento o povera imitazione dell’Occidente, ma di una traduzione e una trasformazione di una modernità che è stata sempre mondiale nei suoi transiti economici, politici e culturali.

I linguaggi migrano in tante direzioni, e le arti evidenziano non semplicemente questo movimento perpetuo di transito e traduzione, ma anche il peso storico e critico di una modernità migrante (una prospettiva che può anche aiutarci di capire meglio la complessità migratoria di questo momento storico).
Le realtà che emergono dalle arti metropolitani africane ci propongono un’eterotopia, un’altra configurazione dello spaziotempo moderno che interrompe e interroga la nostra versione. Luoghi e laboratori di altri modi per concepire e recepire, vedere e vivere, il contemporaneo dove la questione meridionale è estesa al livello globale.

La ritmografia della metropoli
Le città come luoghi di incontri, di mescolanze, di creolizzazione sono i luoghi dell’accelerazione dei mutamenti culturali, e perciò i veri centri dei cambiamenti storici, come insisteva già nel Quattrocento il grande storico arabo Ibn Khaldun. Oggi, tradizioni locali diventano siti di traduzioni che collegano le diversità della città postcoloniali – sia Londra che Lagos, sia Nairobi che New York – in una serie di reti in comune che sostengono le differenze e le diversità locali.
I linguaggi delle arti visivi, delle musiche e delle letterature configurano continuamente un altro senso degli spazi urbani, disseminando una convivenza planetaria che contesta i rapporti asimmetrici di potere che continuano a gestire il presente.

Tali linguaggi sostengono una poetica in movimento che propone una politica diversa.
Queste arti diventano, a loro volta, dispositivi critici.

Sulle strade verso la giustizia
La sfida qui è di imparare dall’altrove, dall’Africa e dalle sue città, e dagli interrogazioni prodotte nelle pratiche artistiche che circolano in un mondo che non è solamente nostro. Questa situazione critica forse significa anche imparare di sentirsi a casa quando, ormai, non possiamo essere mai sicuri di essere a casa (Adorno).

Wangechi Muti, The End of Eating Everything, 2013


Le città con le sue geografie mobili e sradicate, rispetto alla presunta identità occidentale fissa, richiedono delle elaborazioni critiche innovative per sostenere processi di appartenenza aperti, mobili sempre in via di elaborazione, in un mondo senza garanzia.
Resistendo alle mappature fornite, perfino insistendo sui diritti all’opacità, un passato coloniale rimosso e negato, come quello di Africa diventata un archivio insospettato della nostra cultura e della sua formazione,
che arriva dal futuro. (l’Afrofuturismo).
A questo punto l’arte moderna inizia a scomparire come la riserva dei cacciatori e dei mercanti bianchi in una modernità ancora da registrare, configurare e inventare.