PARTENZA DA NAPOLI

L’esperienza della Repubblica Napoletana del 1799 è spesso ancora vista e vissuta come una ferita aperta, il cui sangue macchia il corpo della contemporaneità. In mezzo alle diverse sfumature il 1799 rappresenta il momento perduto, la scommessa andata male. Ma forse qui sarebbe da rintracciare una Napoli recepita non tanto come realtà autonoma, ma come parte specifica della storia della modernità occidentale.

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Possiamo iniziare con una scena banale, presa in prestito dall’opera della scrittrice americana Susan Sontag: The Volcano Lover/L’amante del vulcano. C’è una nave da guerra britannica nel Golfo di Napoli che offre un inquadratura della città vista dal mare. Dalla nave partono gli ordini per reprimere l’appena nata repubblica napoletana. Sulla nave ci sono Horatio Nelson, Sir William e Lady Hamilton. Sir William è un amante del Vesuvio, e perciò uno dei fondatori della nuova disciplina di vulcanologia e membro della Royal Society. Nelson, l’amante di Lady Hamilton, è ammiraglio della flotta navale mandato da Londra per sostenere il fronte mediterraneo nella guerra contro la Francia. L’anno precedente egli aveva distrutto la flotta francese nella battaglia di Abukir alle foce del Nilo. Nel frattempo la Francia repubblicana si stava trasformando nello stato napoleonico.

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Con questo sguardo si tratta di inserire la storia di Napoli, questa storia particolare, in una pianta europea, perfino mondiale, e di considerare gli eventi di quell’anno sotto gli occhi altrui. Qui Napoli entra in una genealogia di rivoluzioni e rivolte moderne. Questa epoca di rivoluzioni incominciò nel 1776 con la rivolta delle colonie americane contro la corona britannica e la nascita degli Stati Uniti; destinata a fornire ispirazione a quella più famosa: la Rivoluzione Francese del 1789. Ma forse quella più lunga e sanguinosa era la rivolta dei ‘giacobini neri’ (per citare il titolo del volume del grande critico nero C.L.R. James), cioè degli schiavi neri di Saint Dominique capeggiati da Toussaint L’Ouverture ed ispirata direttamente dagli eventi di Francia.

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Dopo tredici anni di combattimento contro gli stessi francesi, gli spagnoli e gli inglesi, essa si concluse con la realizzazione della prima repubblica nera di Haiti nel 1804. Infine, l’anno prima della nascita della repubblica napoletana si svolgeva la sfida degli ‘United Irishmen’, una alleanza di protestanti e cattolici irlandesi che cercava l’indipendenza dell’Irlanda dal potere di Londra. Tale rivolta si estingueva nel sangue di migliaia di morti. Nei venti anni successivi tutta l’America Latina era scossa da una serie di rivolte che sottrassero le colonie sudamericane alla corona spagnola. Nella contestazione di poteri centralizzati, autoritari e non rappresentativi nasceva quello che con il senno di poi possiamo identificare con l’apertura verso una modernità caratterizzata dalla politica, la democrazia e la cultura di massa.
Torniamo alla nave, alla nave di Nelson. Questa nave da guerra, come tutte le navi della flotta britannica, con il suo equipaggio composto per il trenta per cento da marinai neri, di origine africana, aveva tutti i ponti pitturati di rosso per mascherare il sangue dei caduti durante le azioni di guerra. Questa nave, questa flotta, rappresentava il pragmatismo brutale di un imperialismo per cui il Mediterraneo, come i Caraibi, l’Atlantico, l’Oceano Indiano, il Mare di Cina, e l’appena scoperta Australia, erano pezzi di un’economia politica mondiale.

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Questo sguardo che arriva dall’altrove, nel bene o nel male, offre uno squarcio che interrompe il consenso e l’omogeneità del quadro locale. Nonostante tutto, con lo spostamento della storia della repubblica napoletana su un’altra carta, meno provinciale, gli eventi rappresentati dai cinque mesi di vita della repubblica possono acquistare una risonanza più estesa ed un collegamento storico-politico più proficuo.
Davanti a quest’orizzonte più esteso la presenza francese in questa storia, nonostante l’ispirazione centrale del 1789, nonché l’appoggio materiale delle truppe di Parigi durante i primi mesi della repubblica, rivelano una serie di contorni tanto complessi da spiegare quanto la presenza della flotta britannica nel Golfo di Napoli nello stesso momento. L’esitazione del Direttorio a Parigi nel riconoscere la nuova repubblica, come la sua riluttanza negli stessi anni ad accettare le domande di abolizione del sistema della schiavitù sull’isola più ricca del suo impero coloniale (Saint Dominigue), svela una politica dettata più dalle esigenze politico-economiche del centro metropolitano che dalle domande per una libertà locale. In questa ottica la conclusione rapida e brutale dell’esperimento repubblicano partenopea ci rivela sia una Napoli vittima dei poteri europei più potenti sia una città europea egualmente coinvolta in una logica globale.
Il rapporto tra una località europea come Napoli e il resto del mondo era sostenuto in quel momento da un sistema coloniale che poggiava soprattutto sull’economia atlantica sostenuta dal lavoro degli schiavi neri importati nei Caraibi e nelle Americhe dall’Africa occidentale.

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Il riconoscimento della centralità di quell’economia per la formazione politica e culturale della modernità europea richiamerebbe l’attenzione sul senso delle storie subalterne narrate dall’altrove, come suggerisce il titolo eloquente dell’importante studio recente sull’argomento di Paul Gilroy: L’Atlantico Nero. Restringendo il discorso puramente alla gola, il caffè, il cioccolato, il pomodoro, il peperoncino, la patate, lo zucchero… erano tutte merci e gusti sviluppati in seguito all’espansione coloniale, sostenuti da quelle stesse esigenze europee che fornivano la base politico-economica per le richieste di nuovi diritti politici. La scoperta del ‘Mondo Nuovo’ inaugurava anche il mondo nuovo di diritti politici post-feudali che arrivano a maturarsi in eventi come la Rivoluzione Francese, la rivolta degli schiavi dei Caraibi e la Repubblica Napoletana.
Avvicinarsi agli eventi del 1799 attraverso una narrazione fittizia nel tentativo di far emergere altre dimensioni della questione potrebbe sembrare un’appropriazione obliqua (illegittima, sovversiva?) dell’archivio storico. Ma aldilà dei giochi di punti di vista, tale approccio ha qualcosa a che fare con la riconfigurazione radicale dello stato del ‘sapere’ e della ‘verità’. Nel racconto storico, nel raccontare il passato, siamo invitati a riconoscere, come Paul Ricœur ha continuamente insegnato, che il ‘senso’ non arriva dai nudi ‘fatti’ o dagli ‘eventi’ isolati, ma emerge nella temporalità della narrazione, nel narrare il tempo.

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Dove e come va operata la distinzione tra la narrazione del 1799 proposta nella rappresentazione storica di Benedetto Croce e la narrazione squisitamente ricercata in tutti i suoi dettagli storici nel romanzo Il Resto Di Niente di Enzo Striano? Su quale base si regge questa distinzione? Nella costellazione di narrazioni che orbitano attorno al ‘1799’, sospese nei linguaggi della rappresentazione, soprattutto nel linguaggio della scrittura, dove finisce la finzione e dove incomincia la ‘realtà’? O meglio ancora, non avendo la possibilità di ritornare al passato e toccare i ‘fatti’ direttamente, quello che ci resta di quella realtà è puramente ciò che ci arriva attraverso la modalità dei linguaggi della rappresentazione: documenti pubblici, diari privati, dati statistici, la testimonia degi arti e del costume – tutti elementi che debbono essere elaborati e resi leggibili in una struttura gestita dalla scrittura.