DAL COLONIALISMO AL 'DIRITTO DI AVERE DIRITTI' (Hannah Arendt)

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Il Mediterraneo è in fiamme. Dagli anni Novanta a oggi le sponde di questo mare sono dilaniate da guerre, dai Balcani alla Siria e alla Libia, accompagnate dal terrore di stato perpetuo praticato nei territori occupati in Palestina e nelle regioni di maggioranza curda nella Turchia orientale. Questi conflitti fanno parte di un dinamismo storico a cui dobbiamo aggiungere le rivolte e le ribellioni della «primavera araba» del 2011 e le migrazioni dai diversi sud del mondo, ormai in atto da vari decenni e destinate a continuare nonostante tutti i muri che l’Europa cerca di elevare. In questo scenario il Mediterraneo, spesso considerato marginale rispetto a una modernità che apparentemente si sta elaborando più a nord, ha acquisito una nuova e drammatica centralità sul livello sia regionale che planetario, diventando un laboratorio cruciale della modernità stessa.

Per interrogare e riassemblare le dimensioni storico-sociali, possiamo, e dobbiamo, integrare altri linguaggi come, per esempio, quelli forniti dalla poetica letteraria e visiva, capaci di promuovere a loro volta altri dispositivi critici con cui possiamo rivedere, riascoltare e rivalutare il Nord Africa e il Medio Oriente. In questa ricercata contaminazione di linguaggi, generi e discipline, siamo incoraggiati a proporre dialoghi nuovi, sostenuti in spazi critici emergenti; per cercare di spezzare la linearità oppressiva delle spiegazioni schiaccianti della storia ufficiale, per aprire nuovi squarci nel tessuto e nel vissuto dello spazio-tempo odierno.

Aprirei questo percorso con l’ammiraglio Nelson nella battaglia di Abu Qir del 1798 (la cosiddetta battaglia del Nilo) e, nello stesso anno, con la spedizione di Napoleone in Egitto e l’inizio del colonialismo europeo sistematico con la sua estensione planetaria, accompagnata d’ora in poi dalle lotte continue per l’egemonia mondiale. Restare per un momento nelle acque vicino Alessandria d’Egitto, significa registrare la trasformazione del Mediterraneo in un lago coloniale gestito direttamente da Parigi, Londra e, in seguito, anche da Roma. Con questa prospettiva vorrei semplicemente evidenziare la responsabilità diretta dell’Europa nella formazione storico-politica del Nord Africa e del Medio Oriente, e registrare come questi spazi storico-culturali siano costruiti e spesso inventati per rispecchiare le esigenze economiche, politiche e culturali che arrivano dalla sponda nord del Mediterraneo.

In altre parole, dal 1800 in poi tutte le sponde del Mediterraneo sono inserite nell’intreccio tra nazionalismi e colonialismi europei (una costellazione storico-culturale di cui anche il nascente sionismo europeo faceva parte). Qui incontriamo la trionfale mondializzazione dell’Occidente tra il 1880 e il 1920 nella divisione europea dell’Africa al Congresso di Berlino di 1884-85, e nella costruzione del Medio Oriente con l’accordo segreto di Sykes-Picot del 1916. L’anno dopo, la dichiarazione di Arthur James Balfour del 1917 fornì le premesse per la creazione di una dimora per gli ebrei in Palestina: una «soluzione» che permetteva di scaricare altrove il consolidato antisemitismo europeo, ben lontano dai suoi focolari nel vecchio continente. Portava nel 1948 alla realizzazione dello stato di Israele, come ultima elaborazione coloniale europea nell’area del Medio Oriente. Quel momento storico vedeva anche la costruzione della Siria, del Libano e dell’Iraq, e il regolamento della Persia/Iran e dell’Egitto, mentre la Tunisia, la Libia, l’Algeria e il Marocco erano già gestiti direttamente da Parigi e Roma. A questo punto emergeva un continuum coloniale dall’Atlantico fino all’India e all’Afghanistan, le cui ricadute sono chiaramente arrivate fino a giorni nostri.

Se il 1948 è stato l’anno della fondazione dello stato di Israele e, perciò, l’anno dell’espulsione forzata dei palestinesi e dell’inizio della diaspora conosciuta come la 
Nakba, è stato anche l’anno della promulgazione delle leggi di apartheid in Sud Africa. Penso che sia significativo raccogliere questi fili storici per cucire la narrazione del presente. Nel tracciare l’intreccio delle storie del Sud Africa e di Israele, sia nella loro formazione e gestione coloniale, sia nei loro possibili esiti postcoloniali, possiamo trovare delle chiavi per riaprire una serie di questioni che sembrano completamente bloccate, racchiuse nel rifiuto violente di affrontare la complessità e, perciò, l’apertura di processi storici che insistono e persistono.

Tuttavia, chi ha il potere di legittimare le spiegazioni, escludendo altre visioni, altre voci, altri corpi? Si dimentica troppo facilmente (per esempio nei campi delle scienze politiche, nei rapporti internazionali e negli studi di area disciplinare) che si tratta sempre di una formazione storica di rapporti assimetrici di potere, realizzati sotto l’esercizio di premesse e procedure coloniali. Non ci sono attori uguali in questo scenario. Esiste sempre in qualsiasi momento storico una geografia di poteri che sostiene la forza di una certa modalità, rispetto ad altre, di mappare, spiegare e gestire lo spazio-tempo. La mancanza di giustizia storica si rispecchia anche e soprattutto in una mancante giustizia epistemologica che si declina nella violenza inevitabile che consolidai tale stato.

La sfida a questo punto e quella di sporcare la presunta neutralità delle nostre prospettive critiche e delle nostre conoscenze accademiche, rendendole vulnerabili alla complessità sfuggente che esse cercano di inquadrare e spiegare. Il rigore della cosiddetta distanza «scientifica» potrebbe essere sostituito dalla responsabilità critica che riconosce i propri poteri e, allo stesso tempo, i propri limiti. Qui, chiaramente, ci troviamo a registrare una soglia che marca i nostri confini, allorquando entriamo in uno scenario in cui il mondo non resta piatto come una mappa pronta per essere letta, ma risulta come una geografia mutevole, costituta non soltanto da poteri asimmetrici, ma anche dalla mobilità dei movimenti e dei processi storici che, nonostante tutto, insistono con il loro diritto di narrare il mondo.

Considerare chi ha il diritto di destreggiarsi nelle definizioni del Nord Africa e del Medio Oriente e chi tali diritti non li ha e resta oggetto della soggettività egemonica occidentale, ci porta al cuore della questione inquietante dei nostri tempi: quella della conservazione della supremazia occidentale bianca, quel «mito bianco», come direbbe Jacques Derrida, che continua a disciplinare il nostro presente. È qui – dall’America prospettata da Donald Trump alla Brexit, dal desiderio di «riprendere controllo dei nostri confini» alle barriere erette in questo momento dall’Europa sia dentro che fuori dalle frontiere – che il connubio tra povertà, colonialismo e capitalismo si combina con una profonda logica razziale. È una logica sempre pronta a offrire delle facili spiegazioni del presente per conservare l’assetto attuale di potere. In questa situazione, insistendo sul «fallimento» della nostra storiografia e della nostra visione politica, diventa sempre più imperativo lanciare dei segnali di discontinuità che potrebbero illuminare l’orizzonte emergente.