PROSPETTIVE CRITICHE

Nell’accogliere la complessità storico-culturale del Mediterraneo, si propone di evidenziare l’importanza di un approccio trans-disciplinare e inter-culturale. Si tratta di una modalità critica elaborata in decenni recenti dagli studi culturali e postcoloniali.

Nel contesto degli studi del Mediterraneo, gli studi culturali propongono una serie di aperture fondamentali che partono dall’attenzione alle culture nascoste, rimosse e subalterne che ci portano oltre i confini di una cultura concepita puramente in termini nazionali e locali.


Isaac Julien, Frantz Fanon, Black Skin White Mask (1996)

In questo senso, gli studi culturali includono delle considerazioni su pratiche e discorsi – musicali, cinematografici, arti visivi – spesso esclusi da una definizione tradizionale dell’oggetto fornito dalle discipline istituzionali, allargando dunque in modo radicale il campo di analisi e i suoi compiti critici.
Qui il concetto stesso di ‘cultura’ venga ampliato fino a includere un intero modo di vivere (‘a whole way of life’: Raymond Williams).
Una definizione ristretta, elitaria e
statica del concetto di cultura è ora smontata da una prospettiva critica, attenta alla fluidità dei processi di poteri storici e sociali che cercano di ‘organizzare’ e definire il Mediterraneo e le nostre vite quotidiane. Qui, i nostri sguardi sono destinati di incontrare anche gli sguardi degli altri in uno spazio critico aperto… ancora da definire.

L'istanza postcoloniale
Nell’accennare al ‘post’ non si tratta tanto di indicare un momento cronologico – quello che viene dopo il colonialismo – quanto a concepire in modo diverso il mondo che ha prodotto e propagato il colonialismo occidentale.
Si tratta della configurazione della modernità stessa alla luce di tutto ciò (i corpi, le vite, le storie, le culture) che è stato rimosso, cancellato, negato, nella realizzazione di quel ‘progresso’ elaborato nell’arco di cinque secoli da una modernità concentrata esclusivamente nella parabola storica dell’Europa.


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Gli studi postcoloniali ci introducono a una nuova geografia dei poteri e una diversa spazializzazione dei tempi e dei ritmi della modernità, dove le parti rimosse e subalterne, incarnate nei colonizzati, negli ‘indigeni’,nei ‘nativi’, negli ‘altri’, rientrano con le lore storie clandestine a fare parte di una modernità non più unica e unilaterale, ma multipla e pluriversale.


Con quest’ottica il postcoloniale opera un taglio trasversale nella sequenza lineare e unilaterale del ‘progresso’.
Nel reintrodurre altre storie, altre culture, il postcoloniale propone una modernità aperta, complessa, eterogenea,
irriducibile a un punto di vista unico, mettendo in questione la presunta 'neutralità' della nostra conoscenza.
Il soggetto (europeo) che finora si è abituato a vedersi rispecchiato nel mondo, ora ci si trova a essere interrogato, interpellato, dalle voci e dalle storie che abitano nel mondo, spesso negli stessi linguaggi occidentali (il romanzo, il cinema, la riproduzione discografica e digitale della musica) ma che sfuggono dal ‘suo’ punto di vista.


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Percorsi diversi annunciano la sopravvivenza di qualcosa, con il suo spessore culturale e storico, che resta non come un residuo tradizionale, o arcaico e non-ancora moderno, ma come un’interrogazione costante che arriva dal mondo subalterno marginalizzato, rimosso e spesso negato
Come diceva Antonio Gramsci, non si tratta tanto di una frizione tra la
tradizione e la modernità, anche se spesso prende apparentemente questa forma, quanto di una lotta tra mondi subalterni e l’egemonia per il senso e la direzione del mondo.
Non è una questione di realtà separate, ma della dinamica di costellazioni di poteri asimmetrici. Da questo connubio esce fuori la centralità del potere della cultura; in altre parole, della
cultura come potere.
Antonio_Gramsci

Qui emerge in modo evidente che si tratta di aprire di nuovo l’archivio del Mediterraneo, e con ciò quello dell’Occidente e la sua modernità. Attraverso una ‘filologia critica’ che collega Antonio Gramsci a Michel Foucault e Jacques Derrida, e anche, e soprattutto, alle opere di critici postcoloniali come Edward Said, Gayatri Chakravorty Spivak e Homi Bhabha, l’Occidente si ritrova ad essere portato altrove; in questo caso in un Mediterraneo che svela una cartografia storico-culturale diversa, ancora da narrare.