LA MODERNITÀ MIGRANTE


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Michael Winterbottom, In this world (Cose di questo mondo), 2002

Ragionando con il film Cose di questo mondo (2002) di Michael Winterbottom possiamo capire come il linguaggio del film propone un'interrogazione non solamente sulla questione del realismo come genere narrativa. Spesso denominato un 'doc-fiction', la poetica del film rende problematica anche i linguaggi analitici delle scienze umane e sociali abituati a presentarsi come linguaggi ‘fattuali’ che offrono una visione ‘trasparente’ della realtà come se fosse una verità unica e univoca.
Il film permette che un'altra verità emerge lungo il suo percorso, una verità meno definitiva e più complicata, e perciò aperta a una narrazione sempre in corso.
In questa chiave, il racconto di due migranti afghani 'illegali' – resi così secondo un preciso dispositivo giuridico-politico di stampo europeo che nega le loro soggettività e la possibilità di appartenenza per renderli 'oggetti', scarti del nostro 'progresso', persone senza storia – si trasforma in una serie di considerazioni critiche su una modernità che è fondamentalmente, dal punto di vista storica e culturale, una
modernità migrante.
La mobilità di merce, capitale, corpi e culture propone una serie di processi storici in atto destinati a riconfigurare in modo radicale il nostro senso di appartenenza in un mondo sempre più mobile e mutevole.
Scopriamo che le nostre città, come i nostri linguaggi e culture, non sono solamente nostre. Elaborati nel tempo moderno che ha visto l'intreccio crescente tra il capitalismo e il colonialismo che ha 'mondeggiato' il mondo con la violenza di certe esigenze, gli spazi urbani e quotidiani di oggi sono inevitabilmente attraversati da diverse storie e culture. La metropoli moderna ci presenta una composizione continua, luogo di una modernità polivalente: da Peshawar a Londra.

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