PENSANDO CON IL TUFFATORE

Quest'immagine – fatta per non essere contemplata dai noi mortali – propone un'arte invisibile che ci invita a considerare le storie rimosse.



In una sorta di archeologia dell'archeologia, la storia lineare e sequenziale dell'arte è smontata e ri-assemblata in una configurazione critica emergente.
Questo corpo scuro maschile che taglia l'aria con tanta grazia, taglia anche i nostri modi a raccontare e spiegare il passato. Ci troviamo nel tempo dell'immagine che precede e eccede il nostro tempo. Ascoltiamo lo storico dell'arte Georges Didi-Huberman su questo punto:
"Sempre di fronte a un'immagine, ci troviamo di fronte al tempo."
"L'immagine ha speso più memoria e più avvenire di colui che la guarda."

Sarebbe questo eccesso del tempo nell'immagine che buca un tempo semplicemente lineare.
Aprendo la tomba, aprendo l'archivio, può suggerirci una serie di connessioni e coordinate con le quali potremmo scegliere di navigare la matrice afro-asiatica-europea del Mediterraneo. Ovviamente, senza abbandonare le competenze disciplinare che ha portato alla luce questo passato (l’archeologia, la storia dell'antica Grecia ...), significa anche rifiutare di ridurre i suoi materiali a un unico inventario di tempo. Si tratta di adottare una relazione più ironica con le origini. In una sorta di archeologia dell'archeologia stiamo cercando di scoprire un’altra genealogia che non rispecchi semplicemente una volontà europea.



Insistere sull’anacronistico come metodo significa sconvolgere un consenso stabilito in cui le condizioni delle conoscenze sono consegnate alle loro ‘origini’ in un passato separato. Qui, invece debbono rinegoziare costantemente il loro posto nel mondo come una presenza costante. Quindi, tirando fuori dal cuore della civiltà europea, dalle sue ‘origini’ greche e mediterranee, un'altra serie di domande, possiamo incontrare ulteriori geografie di comprensione, altri assi di interpretazione. Così quel passato apparentemente distante risulti vicino e dissemina un disturbo nella sua prossimità e presenza nel presente. La piatta tassonomia del tempo, tutto nel suo posto cronologico, viene bruscamente interrotta e tagliata, pronta per un altro montaggio di comprensione.


Un corpo scuro, quasi nero, sfida l'ellenismo europeo ottocentesco e la trasformazione di Gesù, della Vergine Maria e degli dei e eroi greci in ariani bianchi che accompagnava la razionalizzazione razziale del mondo per rispecchiare la presunta supremazia bianca occidentale.

Zineb Sedira, Self Portraits or the Virgin Mary (2000)



Brad Pitt, o Achille

Come colonia greca, Paestum faceva parte dell'espansione degli stati della città del Peloponneso che si estendevano sul "mare oscuro del vino" di Omero in Asia Minore, verso nord fino alle steppe che arrivavano al Mar Nero, e verso ovest attraverso la Sicilia e l'Italia meridionale fino alle coste del Francia moderna e Spagna. Come tutti i colonialismi, invariabilmente comportava la conquista, insieme alla sottomissione e alla schiavitù delle popolazioni indigene. La terra, come sempre, non è mai stata vuota. Il controllo doveva essere strappato dall'autorità locale. Il sangue sarebbe stato versato, le vite sarebbero state arbitrariamente chiuse. Si trattava della brutale imposizione sul suolo e della memoria e della dimora di qualcuno, di una cultura importata e la sua gestione politica. Questa è la violenza che accompagna ciò che più recentemente è stato identificato nelle specificità del colonialismo di insediamento.


Oggi, gran parte di questi dettagli sono dispersi, persi nei miti di una nostalgia europea per la presunta purezza e nobiltà delle sue origini. Questa prospettiva del passato – che possiamo definire un 'mito bianco' – è profondamente inciso nella grammatica architettonica delle città occidentali contemporanee dove gli edifici neoclassici imitano il bianco illusorio dell’Antichità: dalla Londra, Parigi, Washington e Berlino imperiale all'Italia fascista.
In realtà i templi di Paestum, come altrove nel mondo classico, erano decorati in colori vivaci



Se il Tuffatore è la testimonia di una cultura migratoria e ibrida, il greco nell'Italia meridionale che confina con l'etrusco, il romano e il lucano, ci indica anche un Mediterraneo ibrido e migratore. Pensare con questi termini e queste storie significa ancora una volta rompere l’archivio e insistere su una fluidità che trabocca i confini di quella che oggi è prevalentemente una narrazione omogenea nazionale di questa complessa geo-storia.
Sotto quest'immagine, dall'altra parte delle mappe, corrono storie e culture ancora da registrare: un archivio aperto e in costruzione che, non essendo ancora riconosciuto, arriva dal futuro.
Così si incontra l'altro lato della rappresentazione, della narrazione, che sostiene altre mappe che esistono, persistono e resistono alle interpretazioni consuete.