MEDITERRANEO COME METODO
Una voce, un suono, un linguaggio che esiste oltre la mia comprensione che indica altre mappe, altri modi di navigare il Mediterraneo – sia il suo passato, sia il suo presente: Kamilya Jubran




Il senso di questo percorso non sarebbe solamente per registrare altre storie e culture che compongono la formazione del Mediterraneo per recuperare il rimosso e il negato, ma serve anche per proporre dei linguaggi critici diversi.
Il mantello di Ruggero II, preparato all’incirca nel 1134 da artigiani arabi nell’officina reale di Palermo. La scrittura in arabo sul bordo che porta l’anno 528 del calendario islamico o Hijra ci invita a considerare una storia che precede e eccede la Storia istituzionale e nazionale.

Pensando con la musica, o le arti visivi, o la letteratura, tali linguaggi acquistano una valenza critica che ci permettono di passare oltre i limiti delle discipline abituati a spiegare e rendere il Mediterraneo trasparente alla nostra volontà.
Dove finisce la razionalizzazione della sociologia, dell’antropologia, della geografia e della storiografia, inizia la sfida del mondo che non rispecchia o rispetta solamente il nostro punto di vista. Qui la poetica dei linguaggi appena nominati possono introdurci a una prospettiva diversa in cui la nostra voce non è l’unica che conta.

Il potere della geografia



«Per intendere esattamente i significati che può avere il problema della realtà del mondo esterno, può essere opportuno svolgere l’esempio della nozione di ‘Oriente’ e ‘Occidente’ che non cessano di essere ‘oggettivamente reali’ seppure all’analisi si dimostrano niente altro che una ‘costruzione’ convenzionale, cioè ‘storico-culturale’. [...] È evidente che Est e Ovest sono costruzioni arbitrarie, convenzionali, cioè storiche, poiché fuori fdalla storia ogni punto della terra è Est e Ovest nello stesso tempo. Ciò si può vedere più chiaramente dal fatto che questi termini si sono cristallizzati non dal punto di vista di un ipotetico e malinconico uomo in generale ma dal punto di vista delle classi colte europee che attraverso la loro egemonia li hanno fatti accettare ovunque. Il Giappone è Estremo Oriente non solo per l’Europeo ma forse anche per l’Americano della California e per lo stesso Giapponese, il quale attraverso la cultura politica inglese potrà chiamare Prossimo Oriente l’Egitto».

A. Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino, 1975, [I. 1933], pp. 1419-1420.





Se in seguito noi europei e occidentali abbiamo colonizzato il pianeta, non si tratta solamente di un’appropriazione economica e politica. Dagli inizi questo processo ha coinvolto un colonialismo epistemologico per cui i nostri sapere e le nostre spiegazioni sono considerate le uniche a contare. Quelle degli altri e delle altre erano da considerare semplicemente ‘locale’, di importanza antropologica non epistemologica.




Riaprendo questi archivi per ri-assemblare le sue storie e culture secondo un'ottica che parte dal basso e dall'altrove, dai 'sud' del Mediterraneo e della modernità, possiamo costruire uno spazio critico diverso dove ascoltarle e interpretarle.