SMONTARE I SUD

Pasted Graphic


«La «miseria» del Mezzogiorno era «inspiegabile» storicamente per le masse popolari del Nord; esse non capivano che l’unità non era avvenuta su una base di uguaglianza, ma come egemonia del Nord sul Mezzogiorno e nel rapporto territoriale di città-campagna, cioè che il Nord concretamente era una «piovra» che si arricchiva alle spese del sud, e che il suo incremento economico-industriale era in rapporto diretto con l’impoverimento dell’economia e dell’agricoltura meridionale.»
Antonio Gramsci, «La Questione Meridionale (1926)

Prendere in considerazione l’archivio non semplicemente come luogo di stratificazione e sedimentazione del tempo, come se fosse il sito di processi placidi, ma come archivio agitato e turbolente che minaccia continuamente di fuoriuscire dai suoi confini in una spiegazione solamente lineare e gestito da un tranquillo storicismo.
Il sud dell’Italia (ma l’argomento trattato ha inevitabilmente una risonanza con la costruzione di altri sud del mondo) potrebbe perdere quella passività per cui risulta sempre oggetto e vittima di logiche elaborate altrove.
Al posto di un destino storico sarebbe il caso registrare i processi storici che si combinano in una geografia di poteri per produrre il sud dell'Italia:
    • l’egemonia dei britannici nel Mediterraneo
    • il colonialismo interno ed esterno: dal Grand Tour alla conquista dell’Africa del nord
    • la sequestra del sud, l’assenza di riforma agricola, la grande migrazione verso le Americhe
    • la Casse del Mezzogiorno e i ‘cattedrali nel deserto’
    Di solito considerato come una riserva di risorse umane e naturali, che nello loro combinazione servono a nutrire le esigenze del nord del paese, il Mezzogiorno è qui proposto nei termini di un laboratorio politico e culturale, dove si rifiuta a giocare una partita persa in partenza.
    In questa chiave il sud diventa protagonista di un ripensamento profondo di quei poteri che l’hanno costantemente relegato ai margini della narrazione della nazione, subordinando le sue specificità storiche, culturali ed economiche a un’inferiorità politicamente costruita e da gestire in modo paternalistico e coloniale.
    Pasted Graphic 2

    Riportato in una cartografia più estesa e meno provinciale, il sud si trasforma da oggetto subalterno, messo a tacere dal coro cieco di un progresso proposto in maniera unilaterale, in una forza critica attiva.
    La violenza della formazione coloniale dello stato-nazione moderno, tanto evidente nella creazione del Regno Unito, quanto nell’unificazione dell’Italia, è una storia rapidamente rimossa, affondata nell'inconscio, e ridotta alla supposta neutralità di legge e ordine.
    I massacri perpetuati in Irlanda e nelle Highlands della Scozia, come la guerra civile combattuta nel sud dell’Italia, non hanno il permesso a disturbare lo svolgimento apparentemente liscio del progresso, uno sviluppo logico che nessuna persona civile e normale oserebbe contestare.
    A questo punto diventa cruciale di smontare la costruzione concettuale che ha prodotto sia la forma specifica della
    nazione, e con ciò la subalternità del suo sud, sia le politiche di progresso che hanno accompagnato e sigillato questo assemblaggio di poteri.

    Sta in questa geografia dei poteri, nelle sue variazioni e nella sua capacità di tagliare e modellare il mondo secondo certe esigenze e non altre, che troviamo il senso politico di uno spazio disciplinato dall’autorità e di un tempo unilaterale chiamato progresso.
    Insistendo su una temporalità piena e diversificata, dove le storie si accumulano spesso senza risposte in un presente carico, si fa tagliare e deviare il tempo omogeneo del progresso che aspetta solo di essere riempito dall’accumulazione capitalistica gestita secondo un'agenda nazionale dettata dalle leggi del mercato.

    Quando gran parte del mondo è escluso dall’elaborazione dell’apparato politico e intellettuale che decide e detta le regole del gioco, il sud, come una composizione mobile di pratiche e luoghi, diventa il contro-peso politico e critico di un mondo e di una modernità ancora da narrare.

    A questo punto ci richiede un salto critico e culturale per proporre una decostruzione critica del dispositivo nazionale che sostiene e richiede il sud come alterità subordinata alla rappresentazione della nazione e alla modernità che esso pensa di incorporare. In questa partita si gioca l’esclusione dalla cittadinanza di coloro che apparentemente non hanno il diritto di narrare, rinchiusi nelle loro storie locali, invisibili e clandestine. Come i migranti illegali, i Rom, i poveri e i precari, sono i penalizzati e puniti che incontriamo sul treno di notte nel documentario di Pietro Marcello Il passaggio della linea (2007). Queste persone, con le loro storie, culture e vite, sono fuori posto e perciò potenzialmente criminali perché devianti rispetto al senso univoco del successo sociale richiesto dall’ordine liberale.
    hqdefault

    Insistere sul diritto a narrare un’altra storia, proponendo la costruzione di una società civile diversa che risponda alla giustizia storica e sociale negata, non implica un’alternativa utopica.
    Al contrario significa una ricomposizione dei rapporti, le loro storie e i loro poteri, che sono già in circolazione, quelle che finora sono stati rifiutati, rimossi e annegati. Smarcarsi dalla violenza storica e razziale che produce un sud, e le gerarchie di valori che sigillano tale concetto, colpisce al cuore l’operazione storiografica che ha visto nella nazione il suo scopo principale, riducendo il resto ai margini.